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3° Il mondo del bambino dai 3 ai 6 anni PDF Stampa E-mail

Capitolo terzo

Il mondo del bambino dai tre ai sei anni 

Il passaggio all’immagine

Verso i due anni il bambino riesce a ricordarsi un oggetto anche quando è nascosto alla vista. La palla va sotto al divano e, non riuscendo a prenderla, va nella sua cameretta e prende un bastone per raggiungerla. In lui si sta formando un’altra capacità importante: la memoria per immagini. Ha presente nella mente cose vissute poco prima e può cercarle anche se non le vede in quel momento. Aveva già maturato lo schema di prendere un oggetto sotto il letto con un bastone, ora, aiutato dal ricordo può adattare lo stesso schema anche ad una situazione nuova (il bastone non è presente).

 

“Giulia all’età di due anni e cinque mesi deve portare un piattino di biscotti in un’altra stanza. Sulla porta, con una mano tenta di abbassare la maniglia, ma le cade qualche biscotto. Li raccoglie, allunga ancora la mano verso la maniglia, ma si accorge che il piattino tende a inclinarsi. Allora mette il piattino a terra, apre la porta, riprende il piattino e lo porta dentro.”

 

Sono atteggiamenti di adattamento alle difficoltà che incontra, usufruendo di ricordi di azioni simili, già compiute o viste compiere. La percezione dei biscotti che cadono le fanno trovare una soluzione che aveva già sperimentato: tenere il piattino orizzontale per non farli cadere, ma riprovando si accorge che piegando la mano per aprire la maniglia si piega anche quello. Cerca allora una nuova soluzione: liberare le mani (depone il piattino per terra) ed aprire la porta. Non ha ancora la capacità di memorizzare tutte le azioni insieme in modo da trovare subito la soluzione.

 

La memoria serve anche per raggiungere risultati voluti.

 

“Giulia aveva poco più di due anni e il cugino Pietro ne aveva poco meno. I due bambini avevano ognuno il proprio triciclo, ma tutti e due preferivano quello di Pietro. Giulia ha messo in atto tutta una serie di strategie per fare in modo che Pietro scendesse dal proprio triciclo per potersene impadronire lei. All’inizio lo invitava semplicemente a scendere con frasi del tipo: “Facciamo cambio”. Poi lo incuriosiva voltandosi a guardare qualcosa o a giocherellare con la maniglia di una macchina posteggiata. Quando anche questo sistema non ha funzionato, ha cominciato a nascondersi e, quando Pietro andava a controllare dov’era, lei correva velocissima a prendergli il triciclo. Quando Pietro ha imparato anche questo trucco, Giulia è passata a uno successivo: andava a prendere una macchinetta a pedali, la usava per poco e poi diceva: “Pietro, vuoi salire?”.

 

Il bambino tende istintivamente ad ottenere ciò che lo attira. E’ una spinta continua per migliorare le sue capacità. Le astuzie vanno a pescare nella memoria gli elementi che gli possono essere utili perché osservati, o vissuti o intuiti.

 

“Porto Giulia in un negozio per comprare un regalino per lei e per Pietro. Lei sceglie una macchinetta e dice: “Una anche per Pietro”. Rispondo: “Va bene, prendine una per te e una per Pietro”. Lei ne prende due e dice: “Adesso un’altra per Pietro”.

 

Non sa ancora contare, ma sicuramente non è un errore di calcolo, è un’astuzia per avere di più.

 I ricordi sono di azioni vicine nel tempo o ripetute. E’ questo un passaggio di immenso valore perché il bambino può staccarsi dalla percezione diretta, usufruendo di quanto ha appreso e fissato nella mente. Non è più solo uno schema sensomotorio che si adatta ad una nuova situazione, ma una ricchezza di situazioni o atteggiamenti a cui il bambino può attingere in qualsiasi momento per agire in modo appropriato.  

Ne consegue un distacco vero e proprio dal mondo reale e ne vediamo una manifestazione nel passaggio all’”Io” che avviene verso i due anni e mezzo. Il bambino non fa più parte del mondo percepito (Andrea ha fame, Luigi gioca con mamma), ma è lui che lo percepisce e può influire su di esso. I “no” che dice sempre in questo periodo sono un istintivo segno di distacco e di opposizione e il momento non passa inosservato ai genitori!

 

 Il linguaggio 

Tra la fine dei due anni e i tre anni e mezzo il linguaggio esplode in una conversazione grammaticale fluente, tanto da meravigliare gli adulti riguardo alla precisione con cui si esprimono.

A tre anni le regole vengono rispettate quasi sempre. “Il bambino di tre anni è dunque un genio grammaticale: domina in gran parte la costruzione degli enunciati, obbedisce alle regole più spesso di quanto le trasgredisca, rispetta gli universali linguistici, fa errori sensati, come gli adulti, e molti altri riesce ad evitarli. E come ci riesce?” (Pinker, L’istinto del linguaggio, p….).

 

Secondo Chomskj nel bambino esiste una grammatica innata che viene trasmessa geneticamente e permette al bambino di usare già a due anni la sintassi, con stringhe della lunghezza minima di due parole. Le combinazioni di due parole dei bambini sono simili in tutto il mondo. “Questi microelementi riflettono già il fatto che il linguaggio è stato acquisito: nel 95% le parole sono nel giusto ordine” (Pinker, L’istinto del linguaggio, p….).

 

E’ difficile pensare che solo dall’imitazione del parlato dei genitori il bambino riesca ad enucleare le regole che favoriscono una conversazione corretta, ci devono essere già in lui delle strutture che gli permettono di adattare quanto ascolta dal dialogo con l’adulto a modalità che gli permettono di dare un senso a quanto vuole comunicare. E’, però, necessario il rapporto diretto con chi parla, in quanto la scelta delle strutture grammaticali idonee alla comunicazione vengono continuamente verificate dall’interpretazione del pensiero dell’altro.

 

Ai genitori non udenti di bambini udenti si consigliava di far guardare la televisione per apprendere il linguaggio verbale, non potendo essi trasmetterlo direttamente, ma in nessun caso i bambini hanno imparato una lingua. (cfr. Ervin Tripp, 1973). L’intensità con cui la madre comunica il suo mondo al figlio è la via migliore per indurlo a ricercare le modalità espressive più convincenti. “La sola informazione grammaticale concepibile che il parlato può fornire è il feedback dei genitori che gli dicono se la sua frase è o non è grammaticale e sensata” (Pinker, L’istinto del linguaggio).

 

 

 Nei bambini normali lo sviluppo linguistico (balbettio sillabico, frasi di una parola, sequenza di due parole, frasi complete) può differire di un anno o più, ma gli stadi che attraversa sono generalmente gli stessi, per quanto rallentati o accelerati.

           

 

  Evoluzione dai due ai tre anni Manipolazione

1)      Sperimenta la diversità degli oggetti.

2)      Apprende i rapporti spaziali dentro fuori, vicino lontano.

3)      Capisce che gli oggetti si possono unire in diversi modi (combinazioni)

4)      Scopre che gli oggetti possono essere trasformati.

Il bambino non solo conosce l’oggetto, ma opera su di esso trasformandolo in base ad alcune sensazioni che provengono dal suo animo  (un bastone diventa un aereo).

     

Imitazione

1)      Riproduce le attività delle persone a lui vicine.

2)      Comunica i sentimenti adeguandosi ai gesti che vede più frequenti.

3)      Assume atteggiamenti graditi ai genitori

4)      Compone frasi intere apprezzate dai genitori.

Il bambino imita le persone che gli sono vicine. Si scambia con loro per sentirsi più sicuro, si immedesima in essi. 

                

Sperimentazione fisica

1)      Si propone difficoltà.

2)      Verifica la sua forza.

3)      Trova sempre nuove soluzioni.

4)      Aumenta la propria autostima.

Sperimenta le sue forze rispetto all’ambiente. Vuole sapere quanto può dominare le situazioni.  

        

 Espressione

1)      Compone frasi intere

2)      Usa schemi grammaticali

3)      Sa comporre frasi che gli servono per ottenere ciò che desidera.

4)      Usa esclamazioni  che riflettono stati d’animo.

5)      Inizia ad usare l’”io”

Il linguaggio esprime gli stati d’animo e accompagna le attività  

 

Il gioco costruisce il mondo dell’immagine 

La formazione del mondo delle “immagini” avviene attraverso due vie: l’imitazione e la ripetizione.

 Il bambino assorbe dalla realtà esterna gli elementi che lo appassionano e il desiderio di essere come i genitori o gli adulti diventa la molla per fare come loro. Egli è come una spugna che si impregna di quanto percepisce attorno a sé e le energie lo spingono continuamente all’azione.

 

Il movimento ora si organizza in attività che hanno uno scopo: imparare a cucinare come fa la mamma o costruire una casetta come fa il papà. L’emotività è forte e il voler essere come le persone più importanti è uno stimolo continuo. Le azioni compiute più volte s’imprimono nella mente per favorire una riproduzione migliore. Le sequenze per preparare da mangiare sono all’inizio poche e sbrigative, ma nel tempo diventano più numerose e precise. La mente accoglie sempre nuovi elementi e li inserisce nella sequenza delle attività.

Non è facile, però, il passaggio dalla visione alla riproduzione stabile nella mente e osserviamo quanto sia importante la ripetizione, che può apparire a noi adulti un’ossessione, mentre è per il bambino una necessità che dà frutti meravigliosi rendendo stabili nella mente gli apprendimenti: si rende indipendente dalla realtà, perché può riprendere quando vuole la sequenza delle azioni che la mamma compie per fare da mangiare e può anche trasferire queste azioni in altre situazioni, per esempio cucinare in un albergo o preparare il necessario per un picnic. Quelle azioni sono ora sue, fan parte del suo mondo e può usarle quando vuole e per gli scopi che vuole.

 

Un altro fattore importante che viene sviluppato nel gioco è la gestione delle emozioni, come la paura, l’ansia. Queste vengono provocate dall’ambiente in modo spontaneo, ma la reazione viene filtrata, almeno in buona parte, dalla mente, cioè da come il bambino vive la situazione. I giochi di imitazione si riferiscono a vissuti reali del bambino e sono provocati dalle spinte emotive che egli avverte in quel momento.

 

La bambina che imita l’educatrice, rimproverando e castigando i bambini, scarica le tensioni subite durante le ore di scuola. I vissuti reali e i vissuti fantastici si mescolano facilmente e si influenzano vicendevolmente eliminando timori e paure. Possiamo comprendere l’importanza di questi giochi pensando alle tensioni vissute quotidianamente dal bambino che non può proteggersi ancora di fronte a situazioni nuove, prevedendo come finiranno o proseguiranno. Rivivendole attraverso il gioco il bambino rende possibile questa previsione, perché è lui che rimprovera e castiga e può diventare ora medico, ora paziente a seconda degli stati emotivi che lo gratificano. Il bambino, quando viene rimproverato o castigato, subisce, perché la sua mente non può comprendere le giustificazioni che vengono date: accetta l’autorità del genitore e si adatta ad essa. L’ansia, la tensione e i sensi di colpa provocati da questa situazione possono essere riassorbiti identificandosi nella madre, nella maestra, cioè nell’autorità.

                 

 

 Giochi simbolici

Ogni cosa che il bambino prende in mano può diventare un cavallo, un aereo, una macchina, a seconda di quello che sta sperimentando in quel momento. Egli vuole fare un viaggio in aereo, allarga le braccia e si mette a correre emanando dei rumori assordanti. A momenti si trasforma in pilota e, manovrando un bastone che ha in mano, fa salire o scendere l’aereo, se, invece, il motore entra in avaria, diventa hostess che consola i passeggeri. Nel gioco simbolico le parole hanno lo stesso valore delle azioni e si influiscono vicendevolmente.

               

 

 Giochi di imitazione

Il gioco di mamma-casetta  rispecchia il mondo della famiglia con tutti i suoi affetti. E’ il luogo dove il bambino si sente sicuro, protetto e il riviverlo attraverso le sue attività rinnova le emozioni di gioia e di affetto. C’è inoltre l’identificazione, a seconda del sesso, nei ruoli del padre e della madre, i quali sono resi molto importanti nel quarto anno dallo sviluppo emotivo ed affettivo.

 

 

Il mercato ha una funzione comunicativa e sociale e permette di superare le timidezze o paure, o sfogare il bisogno di stare assieme agli altri. Il bambino ama giocare con gli altri bambini pur conservando una visione ancora egocentrica del rapporto, per cui può succedere che tra loro ognuno segua i suoi discorsi senza interferire con gli altri. E’ questo, però, il modo di accorgersi che gli altri sono diversi ed essi si arrabbiano se uno non corrisponde a quello che attendono o vuole imporsi a loro. Le tensioni che nascono, si sfogano subito e nel tempo l’adattamento agli altri diventa realtà: il bambino si accorge che viene accettato nel gioco solo se aderisce anche alla volontà degli altri.

   

La parrucchiera assolve ad un bisogno sensitivo: sentirsi accarezzato ed essere al centro dell’attenzione, ma anche proteggere e prendersi cura di altri.

Questi giochi sviluppano:

·        la memoria delle azioni viste;

·        l’osservazione di nuovi particolari;

·        la manualità fine;

·        la comunicazione verbale;

·        la gioia di sentirsi importanti (come gli adulti);

·        l’adattamento al gruppo.

 

     

Giochi di fantasia

La memoria diventa un archivio da cui prendere oggetti, azioni, sensazioni per comporre nuove attività. Gli oggetti acquistano un valore simbolico e servono a rievocare eventi vissuti o a crearne di fantastici. Bambole, macchinette, robot, vestiti vecchi trasportano il bambino in mondi che assomigliano al reale, ma dove lui è il protagonista. La bambina è una regina che organizza feste e balli a corte o semplicemente una mamma che aiuta la sua bambina a vestirsi.

La scelta è tutta sua e può in questo modo identificarsi con le persone che gli sono più care, ma anche con i divi delle favole. Ogni magia è possibile. Anche il bambino con le sue macchinette o robot può vincere qualsiasi gara, o sconfiggere tutti i nemici possibili.

Con questi giochi:

1)      il bambino diventa capace di tener testa alle paure che gli pone la realtà;

2)      il bambino supera positivamente il senso di colpa derivante dal timore di aver infranto qualche regola sociale. Il bambino ingigantisce le situazioni e teme di perdere l’affetto dei genitori; la soluzione sta nel trovare un capro espiatorio (il bambolotto picchiato, perché cattivo).

 

                      

    Il disegno descrive il mondo dell’immagine 

Il disegno è la manifestazione più evidente di ciò che il bambino costruisce dentro di sé.

 

A tre anni, dopo aver superato i limiti imposti dall'organizzazione dei movimenti della mano e del braccio attraverso lo scarabocchio, il bambino arriva a disegnare l'omino cefalopode: un grande cerchio (la testa) con braccia e gambe.

 

Quel cerchio è l'espressione delle persone che gli sono più care, la mamma o il papà, che sinora gli hanno fatto capire, attraverso le espressioni del viso il loro affetto, la gioia, ma anche eventuali tensioni. Il viso dei genitori è la prima immagine che si stampa nel mondo del bambino con tutta la ricchezza dei sentimenti. E' una conquista che ha un valore immenso, perché ora il bambino fissa dentro di sé, in modo incancellabile, il rapporto con i genitori.

 

Le due lunghe braccia o gambe che attacca alla testa rappresentano il movimento, l'azione di cui ha continua esperienza.

 

Lo spazio è solo un contenitore, dove le figure vengono poste senza ordine. Esse vengono proiettate sul foglio bianco: le loro dimensioni sono espressione del carattere prorompente o timido del bambino o dell’importanza affettiva. Al contrario la posizione delle gambe, delle braccia o degli occhi non ha alcun valore. La scelta del colore non è indicativa, può essere un’espressione dell’animo, ma anche una casualità momentanea.

   

L’immagine delle persone più care, con tutto il loro amore e senso di protezione, accompagna ora il bambino in ogni momento della giornata.

 

A quattro anni appare il corpo a valorizzare la persona e non più soltanto la carica affettiva. Il rapporto con l'adulto diventa più sereno e l'immagine si completa. Il mondo interiore si popola di persone e di cose. Esse rimangono tutte importanti e non stabiliscono alcun rapporto tra loro. La mamma è più grande della casa, ma anche il fiore può essere grande come un albero.

 

Il bambino nota che è diverso dalla sorellina e si identifica nel genitore dello stesso sesso: lo si può notare per il fatto che, quando gli si dice di disegnare una persona, egli sceglie uno dello stesso sesso (di solito il genitore in cui si identifica).

                                                         

Nel disegno appaiono le case e le automobili che sono luoghi di rifugio e di protezione. La casa, l'ambiente affettivo, dove è riscaldato dall'amore, diventa l’oggetto preferito dei suoi disegni. Lo spazio comincia ad essere delimitato dal cielo e dalla terra come segni di sicurezza.

 

I bambini di questa età, quando entrano in un salone, si dispongono ai lati o negli angoli perché l'ampiezza dello spazio incute loro un senso di smarrimento; così disegnano spesso gli oggetti vicino alle pareti o a qualcosa che infonda sicurezza.

 

Le figure sono disposte in un certo ordine, ma senza rapporti di grandezza perché è  ancora l'affetto a predominare e non l'organizzazione spaziale. Il fratellino che dorme all'interno della casa viene disegnato come se non ci fossero pareti, la mamma o il papà sono giganteschi se confrontati alle case o alle piante. Gli animali, gli esseri più vicini al bambino, presentano zampe e il bambino, dopo averle disegnate, le conta per essere preciso. I colori assumono i toni vivaci, ma sono stesi a caso, senza una corrispondenza con la realtà esterna.

 

A cinque anni si arriva alla conquista dell’organizzazione spaziale: oggetti o persone si rapportano tra loro in un ambiente, in una situazione di armonia, con una grande cura anche  dei particolari. I colori sono ancora vivaci, ma si adeguano alla realtà esterna. Ora lo stato d'animo del bambino è sereno, perché alla forza delle emozioni si accompagna l’ordine, e questo gli dà serenità.

E' il momento della fantasia e delle favole. I bambini di questa età si divertono a esprimere nel disegno i racconti che lo affascinano. Il disegno diventa costruzione, creatività, fantasia e, soprattutto, sfogo di tensioni.  Anche i personaggi visti alla televisione cominciano a entrare nel mondo espressivo del bambino: è il momento di forte passione per i cartoni animati, perché danno un'immediata percezione sensitiva attraverso i primi piani o il movimento. Il bambino assorbe e gusta le immagini legate al movimento. 

                                     

Nel corso del quarto, quinto anno, la reazione emotiva del bambino di fronte allo spazio permette di capire alcuni aspetti del suo carattere. Il foglio è uno spazio vuoto e, quando deve coprirne solo una parte (per disegnare un bambino o un albero), la scelta della parte di foglio da disegnare indica lo stato d'animo con cui affronta le situazioni.

 

Di solito il bambino di questa età tende a disegnare nella parte bassa del foglio, perché è insicuro e sente il bisogno di appoggiare le figura su qualcosa di solido. Se è molto attivo e vivace, coprirà con le immagini tutto il foglio; se è timido e ha paura, disegnerà le figure piccole e timorose di affrontare l'ambiente. La sicurezza e la spontaneità si traducono nella tendenza a disegnare sulla parte destra del foglio, mentre l'attaccamento alla famiglia e l'incertezza nell’affrontare le persone estranee restringono lo spazio sulla sinistra.

 

Il carattere comincia a delinearsi ed è opportuno osservarne le manifestazioni per valorizzarlo nei suoi aspetti positivi, per esempio il bambino insicuro, normalmente, è dotato di una forte sensibilità che gli fa temere difficoltà anche inesistenti, ma è molto più attento alle cose.

 

Anche i personaggi che ricorrono spesso nei disegni sono indicativi del carattere. Specialmente quelli televisivi permettono un'identificazione che chiarisce le esigenze emotive del bambino: il guerriero con spade o fucili dà sicurezza, perché non viene colto nell'aspetto della violenza, come potrebbe pensare l'adulto, bensì nella capacità di ottenere l’obiettivo prefissato.

        

        

 Come favorire il disegno 

1)      Il disegno è spontaneo: si possono proporre argomenti e temi, ma lasciando la massima libertà nell'attuazione.

 

2)      L'osservazione di particolari da aggiungere al disegno può essere indotta, ma non pretesa. La presenza dei particolari può essere saltuaria perché l'immagine si sta ancora fissando nella mente.

 

3)      Il bambino è felice delle sue produzioni e si aspetta l'approvazione. Si deve valorizzare quanto ha fatto; non basta dire "Che bello!", si deve precisare quali sono i particolari del disegno che si apprezzano, pensando quali conquiste sta compiendo nella sua mente.

 4) L'esame del disegno, se fatto per comprendere il carattere del bambino, deve ricercarne soprattutto gli aspetti positivi. 

   

    Il regno dei sentimenti e delle abitudini

Il mondo del bambino dai tre ai sei anni è rimasto dentro di noi, ma ci è difficile comprenderlo perché la ragione ce lo maschera. E' il mondo  dei sentimenti e delle abitudini. Possiamo, però, rappresentarcelo, osservando il nostro atteggiamento quando andiamo al cinema.

Mentre guardiamo un film la coscienza sa benissimo che ciò che vediamo è frutto di immaginazione, però la visione trascina i sentimenti, come se quanto si svolge sullo schermo fosse vero. L'immaginazione e la fantasia evadono dalla realtà presente e si liberano dal vincolo della razionalità, per rifugiarsi nei sentimenti. I grandi innamoramenti, come i tradimenti o le scene di violenza e i gesti di tenerezza trascinano le emozioni senza che la coscienza possa intervenire. Se, uscendo dal cinema, siamo ancora in uno stato di incubo per la morte inaspettata del nostro personaggio, bruciamo dentro di noi e quasi ci illudiamo che quanto successo possa non essere vero. Eppure sappiamo che i film e le fiction  della televisione sono state costruite da un regista e che la trama è stata inventata da qualche scrittore o sceneggiatore, ma i sentimenti che viviamo in quei momenti sono intensi perché rispecchiano i nostri stati d’animo.  Le immagini ci trascinano in un’altra realtà che scorre assorbendo ogni nostro interesse e scatenando le emozioni, nulla possiamo fare per modificare ciò che ci viene proposto e i sentimenti che proviamo. Osserviamo, confrontiamo, viviamo, dando per certo ciò che avviene sulla scena. Solo se facciamo intervenire la ragione, cioè pensando che è tutta una finzione, possiamo modificare i nostri stati d’animo, ma allora non ha più senso andare al cinema. 

 

Così è il mondo del bambino dai tre ai sei anni, solo che egli non può far intervenire la ragione. Il bambino vive ciò che gli viene proposto, come l’unica realtà possibile e le sue reazioni si conformano alle situazioni in cui viene a trovarsi.

 

 

Osserviamo alcune reazioni che avvengono in noi quando andiamo al cinema e potremo comprendere il mondo dei bambini di questa età:

 

 

 a)    Il fascino dei sensi. Il buio che ci attornia quando siamo in una sala cinematografica ci toglie il contatto con il mondo reale, escludendo, quindi, la coscienza critica. Le immagini con la loro vivacità e i suoni ci inseriscono in un mondo di sensazioni vivissime che  scatenano le emozioni e i sentimenti. I passi dell’assassino che avanza per uno stretto corridoio, nella penombra, suscitano paura e tensione anche nel nostro corpo. Ogni scena determina in noi reazioni emotive, affascinandoci o respingendoci o annoiandoci. Non possiamo estraniarci da quanto ci viene presentato, né possiamo modificarlo. Il bambino dai due ai sei anni è al massimo dello sviluppo sensomotorio e viene attratto da tutto ciò che lo attornia, per cui è difficile toglierlo da un giocattolo che lo interessa o bloccarlo quando gli oggetti lo attirano. I sensi suscitano in lui fortissime emozioni e le paure o gli entusiasmi sono le manifestazioni di questo rapporto immediato tra bambino e realtà. 

b)    L’identificazione nei protagonisti: proiettati in una realtà virtuale ci è inevitabile partecipare all’azione immedesimandoci nei personaggi che più si avvicinano al nostro stato d’animo. Con loro viviamo sensazioni e sentimenti e condividiamo gioie e sofferenze, tanto da rimanere male se le situazioni ci danno perdenti. In loro poniamo la nostra sicurezza e la nostra forza di affrontare le avventure, come se fossimo noi ad agire nel film. L’identificazione è tale che spesso si trasferisce anche sugli attori che li rappresentano e la scelta dei film viene dettata anche dalla loro presenza o meno. I bambini di questa età si identificano nei genitori e negli adulti, facendo propri i sentimenti che essi trasmettono loro. Di fronte alle difficoltà e alle paure si appoggiano a loro e ne assorbono la fiducia e la sicurezza. Il clima emotivo di entusiasmo o di timore, di passione o di sofferenza che la   famiglia instaura al suo interno diventa il suo modo naturale di vivere.

 

c)   La forza delle azioni: la tenerezza, l’amore, la violenza, il tradimento, come qualsiasi altra emozione vengono descritti attraverso i fatti. I gesti, gli atteggiamenti, il tono della voce, lo svolgimento delle azioni comunicano i sentimenti. Le parole accompagnano l’azione rendendola più comprensibile, ma è essa l’espressione morale delle emozioni: al cinema si va per piangere o gioire senza il freno della coscienza, come sfogo delle proprie tensioni. Nel modo in cui si svolge l’azione noi avvertiamo il senso del bene e del male e lo accettiamo o lo rifiutiamo a secondo dei sentimenti che suscita in noi.  I bambini di questa età reagiscono ai fatti che avvengono quotidianamente con entusiasmo, con paura, con soddisfazione o con fastidio a seconda delle sensazioni che essi suscitano nel loro animo. Riesce a loro difficile modificare lo stato d’animo in base alle considerazioni che vengono fatte. Le parole di spiegazione sono dei contorni, ma predominano ancora l’atteggiamento, il tono della voce, i gesti e le situazioni contingenti. Solo modificando questi, noi possiamo modificare i loro stati d’animo.   

 

d) La sicurezza delle abitudini: non sempre ciò che vediamo nei film corrisponde ai nostri stati d’animo, per cui tendiamo a scegliere quelli che più si adattano ai nostri gusti: avventurosi, triller, comici. La selezione permette di abituarci a certe emozioni che si adeguano allo stato d’animo, donando serenità.  Ci piace talvolta provare emozioni diverse e ci mettiamo alla prova. All’inizio possiamo avvertire un certo disagio, ma lentamente ci adattiamo alle nuove sensazioni che possono diventare motivo di una nuova scelta ed abitudine.  Le abitudini fan parte del mondo del bambino, perché le stesse emozioni gli danno sicurezza, e gli riesce difficile modificarle, solo con proposte che continuano nel tempo si possono formare nuove abitudini.

    

 L’autorità del genitore

Il genitore è il punto di riferimento, la guida allo sviluppo del figlio come il regista per il film e le emozioni, i sentimenti vengono vissuti a seconda di come vengono fatte le proposte. E’ l’atteggiamento del genitore che infonde fiducia e sicurezza in ciò che il figlio deve fare.

Gli stimoli sono molti e le attrattive variano a seconda delle situazioni: il bambino vive il desiderio di seguirli, senza una sua capacità di scelta e se il genitore non gli dà l’indicazione precisa, egli si lascia guidare dalle emozioni del momento, senza formarsi nella mente un criterio di scelta. L’autorità è necessaria. Si può discutere su autorità o autorevolezza, ma ciò che è importante è capire che il genitore deve imporre al figlio le scelte che ritiene opportune per abituarlo a seguire gli stimoli che lo aiutano a superare le difficoltà. In questo modo il figlio avrà piena fiducia nel genitore, perché gli permette di avere serenità nelle azioni.

Non è il singolo atteggiamento (momento di tensione o di accettazione) del genitore che influisce, in quanto il figlio vive con lui giorno dopo giorno per anni, ma è una selezione di essi che segna il rapporto.

                                                                                         

  

                                                                                                                                                  

                                                                                                                                                                        

Il genitore è come una guida di montagna che deve accompagnare alcune persone che affrontano per la prima volta quelle difficoltà: sarà lui a scegliere il percorso più idoneo e per far ciò deve conoscerle bene; sarà lui a proporre gli strumenti necessari e la sua esperienza sarà fondamentale; sarà lui ad intervenire nei momenti critici e la sua pazienza e determinazione saranno decisivi. Non c’è un criterio unico di distinzione tra autorità e autorevolezza, perché ogni persona ha un suo carattere e un suo modo di vedere la realtà, però è il bene del figlio che determina tutto e per far ciò è importante la conoscenza delle sue esigenze e delle capacità che possiede per affrontarle.  Le spiegazioni delle pretese o imposizioni sono importanti, ma non servono per ottenere dal figlio una convinzione: le accetta perché ha fiducia in noi. 

    

 Il genitore sa ciò che ritiene importante per il proprio figlio e sa che solo il suo atteggiamento riuscirà ad influire su di lui, donandogli la fiducia necessaria  Il bambino attraverso la memoria quotidiana selezione l’atteggiamento che caratterizza ognuno dei suoi genitori e l’accettazione o meno della loro autorità ne è una conseguenza. Avere comportamenti alterni, se sono limitati nel tempo, non suscitano nulla di negativo, ma se sono continuativi rimangono fissi nella mente del figlio e determinano il rapporto.

Sappiamo che il bambino, proprio per la sua incapacità di giustificare ciò che deve fare, basa ogni sua azione sulla fiducia che gli viene garantita dal genitore, e quindi l’autorità gli è necessaria per la sua serenità. Se non viene trasmesso un criterio di scelta dal genitore, questo viene determinato dalle situazioni, dagli stimoli che lo bombardano ed egli rimane in una continua tensione.

Il bambino vive intensamente tutte le emozioni che gli vengono proposte, assorbendo il clima e i sentimenti che lo avvolgono.

Attraverso la ripetizione e l’imitazione ogni atteggiamento viene fissato: la disponibilità dei genitori o la loro tensione, l’autorità o la remissione, la disponibilità degli educatori, l’accettazione nel gruppo dei  coetanei.                                                                                                                                                   

Le emozioni  

La gioia della scoperta: il bambino di tre, quattro anni sa riprodurre le azioni o comportamenti attraverso l’imitazione, sperimenta ogni cosa sfruttando le acquisizioni già memorizzate. Il suo atteggiamento è di migliorare le conoscenze e i comportamenti per ottenere gratificazioni dalle persone che gli stanno vicine. La vivacità del bambino di questa età è incontenibile, perché egli non ha la capacità di riflettere: vive ogni situazione, assorbendo emotivamente quanto gli viene proposto, imitando le azioni per il piacere di sentirsi come “i grandi” e scegliendo le soluzioni che gli danno maggiore soddisfazione.

  

L’ansia della novità: noi adulti possiamo provare un simile stato d’animo quando ci viene detto di recarci con l'automobile nel centro di una grande città. Abituati a circolare nel nostro paese, entriamo in crisi all'idea di immergerci in un traffico caotico. Ci rappresentiamo nella mente lunghe file di macchine, incroci  continui, macchine che sfrecciano e noi, nell'incertezza di quale strada prendere. Gli amici ci tranquillizzano, ripetendoci che guidare in città è facile, basta essere prudenti e tranquilli. Più si avvicina la partenza, però, più si rinnovano le immagini negative e l'ansia cresce.

All’impatto con la realtà la tensione iniziale diminuisce e, se riusciamo a conservare la calma, constatiamo che non è poi così difficile guidare in città: l'immagine che ci eravamo fatti si trasforma e gli aspetti positivi prendono il sopravvento.

Il bambino di fronte a situazioni nuove e sono tante in un giorno, le affronta con lo stato d’animo che gli suscitano i ricordi passati. Se sono belli ne viene trascinato senza alcun limite, ma se sono brutti entra in uno stato di tensione e di incubo. Se, ad esempio, egli non vuole andare a scuola, al risveglio comincia a frignare per restare a casa “solo quella mattina”. Pensa continuamente all'educatrice severa o ai compagni che vogliono i suoi giochi, sa di dover mangiare anche quello che non gli piace: è un incubo. La mamma cerca di convincerlo, dicendogli che tutti gli  vogliono bene, che i compagni lo stanno aspettando, ma le immagini negative rimangono e, per liberarsene, deve trovare il modo di convincere la mamma a tenerlo a casa.

Talvolta i genitori, di fronte a questo problema, passano il pomeriggio a convincere il figlio a scoprire le cose belle che la scuola gli offre. Il bambino alla fine cede, perché vuole liberarsi dall'assillo, ma, al mattino successivo, tutto ritorna come prima e i pianti si fanno più intensi. Con le parole i genitori non sono riusciti a convincerlo, anzi hanno prolungato l'incubo della scuola anche al pomeriggio, quando avrebbe potuto, invece, gustare il piacere del ritorno a casa e rilassarsi.

Solo l’esperienza diretta può modificare la sua immagine e quindi bisogna non badare ai suoi incubi e immergerlo nella realtà, evitando per quanto possibile gli elementi che gli creano difficoltà.

   

  

Le paure: sono una presa di coscienza dei pericoli in cui può incorrere. Il bambino man mano che evolve le capacità di apprendere, modifica le paure. Esse sono quindi legate allo sviluppo e sarebbe un danno se non ci fossero. Dai quattro ai sei anni le paure più comuni sono i fantasmi, il buio, gli esseri immaginari, i sogni, la morte, i ladri. Esse fan parte del mondo dell’immagine, per cui ogni spiegazione razionale non le può modificare.

Le immagini dei libri o ancor più della televisione gli trasmettono un mondo di mostri o di gnomi, che assumono la stessa valenza emotiva delle persone che lo attorniano. Egli sa che non li incontrerà nella sua casa, perché glielo ripetono gli adulti, ma che non esistano è ben diverso e teme che nella notte facciano la loro apparizione. Cercare di persuadere il bambino a sentirsi sicuro è un tentativo inefficace e futile quanto canzonarlo perché non ha fiducia in se stesso. La paura della morte, caratteristica dei quattro, cinque anni non si riferisce alla morte reale, ma ad un timore che possa succedere all’improvviso qualcosa di grave e di inevitabile. Il bambino legge nei nostri volti il senso profondo di impotenza, quando parliamo di questo argomento e si genera in lui un timore che al momento può non produrre alcun effetto, ma per qualche improvvisa associazione, quando meno ce se lo aspetta, prende possesso del suo animo. Le paure sono inevitabili in quanto manifestano la coscienza di un pericolo, senza poterlo conoscere bene in modo da evitarlo. Il bambino non può capire con la sua mente che i mostri non esistono, si fida di noi, ma se non siamo vicini tutto può succedere. Se noi lo portiamo nel lettone siamo sicuri che dorme profondamente, perché non ha motivo di dubitare.

                 

E’ la serenità e l’atteggiamento sicuro, uniti a una grande pazienza che lentamente può aiutare il bambino a superare la paura. A sette, otto anni la sua mente sarà capace di capire che i mostri sono un’invenzione e quindi non possono essere pericolosi. Se vissute con serenità le paure sono anche uno stimolo a conoscere.

    

La collera: dai due anni e mezzo ai quattro, cinque anni il bambino va soggetto a molti momenti di “collera”: batte i piedi, si mette ad urlare, piange disperatamente quando gli viene negato qualcosa ed è difficile per i genitori calmarlo, se non intervenendo duramente.

               

                                                                                                                                                        

 

E’ un passaggio che manifesta la maturazione del rapporto con i genitori. Questi, infatti, fissandosi nella mente del bambino permettono di avvertirli come il tutto per lui. Essi sono la sua sicurezza ed accolgono ogni sua richiesta, sono onnipotenti. La gelosia, verso i tre anni, è al culmine: mai possono accettare di venire trascurati dai genitori. E’ però anche il momento in cui i genitori cominciano a dire di no a certe sue pretese. Ora il bambino manifesta in modo chiaro ciò che vuole e non capisce perché non dovrebbe comprare un giocattolo che lo attira o perché dovrebbe star fermo quando è in casa di amici. L’opposizione dei genitori diventa necessaria perché sono numerose le norme a cui egli deve adattarsi, tanto più al giorno d’oggi con tutti i pericoli che ci sono e tutti gli stimoli da cui è attratto.

E’ un opposizione che mette in crisi il suo rapporto di completa fiducia: l’onnipotenza del genitore non è più a sua disposizione. Egli non può accettare un simile cambiamento e gli diventa istintivo reagire impuntandosi nella pretesa. Si arriva così a un braccio di ferro tra il genitore che vuole far capire al figlio che ci sono dei limiti nelle sue pretese e il bambino che mette in atto tutti i suoi sistemi di protesta perché teme di essere rifiutato. Talvolta scompare anche il motivo che ha scatenato la protesta, ma la collera rimane. Dopo l’intervento deciso del genitore passa la tempesta e il rapporto ritorna come prima: egli capisce che il genitore gli vuole sempre bene ed è a sua disposizione, merita, quindi la piena fiducia.

 

Ci vogliono tante di queste esperienze, perché il bambino capisca che i genitori lo limitano in certe cose o non accettano certi suoi comportamenti, ma l’amore verso di lui non cambia. Verso i cinque anni il bambino comprende che certe cose può farle e altre no, ma l’amore dei genitori è sicuro, così inizia la fase del “ricatto”. E’ naturale che il bambino scenda a compromessi con il genitore, in quanto non è autonomo, libero. Il “ricatto” è un atto di intelligenza che deve essere valorizzato dal genitore per spingere il figlio ad attività che gli creino abitudini positive. La contrattazione deve essere utilizzata per il bene del figlio e divenire motivo per abituarlo a mantenere i patti.

Il comportamento dei genitori è fondamentale in questo periodo per far distinguere al figlio la fiducia che si ha in lui dall’opposizione su certe pretese.

          

 

Le abitudini

Caratteristico del mondo dell’immagine è l’apprendimento attraverso l’imitazione e la ripetizione. La famiglia come l’ambiente sociale influiscono in modo determinante nel formare i comportamenti e gli atteggiamenti del bambino. Egli non ha il senso di critica e la piena fiducia sia nei genitori che negli educatori lo inducono ad assumere ogni norma che la società pretende, come gli viene proposta. Dal modo di mangiare al tenere in ordine le cose; dal comportamento verso le persone alla cura del proprio corpo; dall’intraprendenza verso le attività alla curiosità di conoscere, sono numerosissime le proposte che vengono fatte ed ogni famiglia ha un suo clima comunicativo, ha un suo stile di attuazione, come ogni ambiente sociale. Il bambino assume, attraverso la sua esperienza quotidiana e secondo il suo carattere, un atteggiamento che lo distingue. Apprende e fa proprio quello stile, quel clima che difficilmente può essere modificato, proprio secondo le caratteristiche del mondo dell’immagine. E’ il suo abito, sono le sue abitudini.

         

 

L’inganno della parola

E’ un detto che sempre più ricorre nel campo educativo: “E’ importante il dialogo con i figli, non si deve imporre, si deve convincere!”. I genitori, però, spesso non ne vedono l’efficacia, dovendo ricorrere ad altri mezzi persuasivi.

Il dialogo viene quasi sempre inteso come comunicazione attraverso la parola, ma questa, essendo l’espressione del pensiero, rispecchia la maturazione raggiunta da chi comunica. Le parole del genitore esprimono riflessioni, esperienze e specialmente previsioni, quelle del bambino, invece, nei primi due anni di vita esprimono le più immediate sensazioni ed emozioni, fino ai sei anni le azioni, le conoscenze e le fantasie. Non può comprendere le cause di un suo comportamento per poterlo modificare, né il perché di certe pretese degli adulti. Egli sa che i genitori non vogliono certi suoi comportamenti, ma pensa anche di poter modificare la loro pretesa. Solo l’atteggiamento deciso gli fa capire come deve comportarsi.

 

Il dialogo tra genitori e figli è, a questa età, specialmente non verbale. Il genitore trasmette emozioni, azioni e atteggiamenti che vengono imitati e ripetuti.

 

Le parole sono essenziali nella trasmissione di conoscenze, nella richiesta di azioni e di atteggiamenti, nell’espressione delle fantasie, ma non nell’esame delle motivazioni delle richieste, perché il bambino non ne ha ancora la capacità. L’acquisizione di questa capacità avverrà dopo i sei, sette anni come vedremo nel prossimo capitolo.

Il figlio sa che guardare troppo la televisione fa male, perché glielo hanno ripetuto all’infinito, ma che in quel momento gli sia di danno non lo può capire, per cui il tono insistente, ma sempre uguale della madre, a cui è abituata per mille altre pretese, non indica certo un pericolo. Un ordine secco di spegnerla che comunichi la convinzione che il pericolo non deriva dai vari momenti in cui la si guarda, ma dall’abitudine a guardarla, fa capire che si deve spegnere.

Educare il figlio alla libertà (evitando l’autorità e puntando sulla convinzione) è fondamentale nella nostra civiltà, ma deve avvenire secondo le esigenze del figlio.

A questa età egli non ha la capacità di comprendere le riflessioni che gli vengono trasmesse, ha bisogno di sicurezze e decisioni che gli indichino i comportamenti da assumere.

 La vera libertà per lui in questo periodo è liberarsi dalle tensioni provocate dai numerosi stimoli acquisendo delle abitudini che gli permettano di essere sereno.

Sono importanti gli atteggiamenti di fascino e decisione, entusiasmo ed autorità.

Il linguaggio verbale rimane la guida per lo sviluppo intellettivo per cui è fondamentale per trasmettere  conoscenze, favorire la fantasia, esprimere emozioni e sentimenti. Il linguaggio non verbale è fondamentale per trasmettere atteggiamenti e comportamenti, creare abitudini.

 

                    

 

 Le conquiste dai tre ai sei anni 

1)    La trasposizione della realtà esterna nella sua mente, favorito dalla memoria, dalla fantasia e dai rapporti spaziali.

 

2)    I sentimenti profondi verso i genitori: il bambino dall'atteggiamento dei genitori capisce quale autorità essi rappresentano, coglie la sicurezza di fronte alle nuove situazioni, la decisione nell'attuazione, la comprensione e disponibilità alle sue esigenze, la tensione nei momenti difficili. Si abitua ad accettarne i comandi, prova timore di fronte ai rimproveri, gioia per l'approvazione del suo operato, riconoscenza per l’affetto che gli dimostrano

 

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3)    La distinzione di ruoli all'interno della famiglia: con l'identificazione nel genitore dello stesso sesso, il bambino avverte l'esigenza di imitarlo, perché deve trovare una propria identità sessuale; sentimenti contrastanti verso l'altro genitore sono naturali.

 

4)    L'accettazione e il rispetto verso gli adulti: gli estranei incutono un certo timore al bambino, ma se mostrano disponibilità alle sue esigenze e sono pronti ad aiutarlo, egli si convince che contribuiscono alla sua crescita. Parenti ed insegnanti hanno ruoli diversi e pretendono comportamenti diversi. L'atteggiamento dell'educatore è ben diverso da quello del nonno, ma sono ambedue importanti. Il bambino inizia a cogliere le diversità tra l'ambiente familiare e quello sociale.

  

5)    Rispetto verso le cose: i giocattoli vanno rispettati, perché una volta rotti non si può più giocare; possono appartenere ad altri bambini; a scuola vanno rimessi al loro posto dopo averli usati. Il bambino comincia a capire che il giocattolo serve per giocare e non è una sua proprietà.

 

6)    Autonomia: egli si abitua sempre di più a stare da solo e a gestire il suo tempo attraverso attività di gioco. Si adegua alle esigenze quotidiane: impara a mangiare e a vestirsi da solo. Si forma delle abitudini.

    

 

       

        Consigli per i genitori: 

Il periodo dei “no”

Dai due anni e mezzo ai tre, qualsiasi cosa si proponga al figlio, la risposta è sempre “no”, detta quasi in modo automatico, tanto più ciò avviene se si hanno delle pretese. E’ il momento in cui il figlio prende coscienza della sua identità. Prima anche lui chiamava se stesso con il suo nome, ora usa il pronome personale “io”. La sua mente per mezzo della memoria comincia a costruirsi un presente e un passato e la coscienza di essere lui l’attore sulla scena lo induce istintivamente a differenziarsi dagli altri. Il “no” è una forma semplice di questa sua presa di posizione. E’ dunque importante che avvenga e l’irritazione che provoca, deve essere superata con la pazienza, perché non rappresenta un rifiuto alle nostre pretese, ma il bisogno di essere protagonista.

 

 

 L’esplosione del linguaggio   

Ci sono bambini che a due anni ci sbalordiscono per la precisione con cui usano certe parole e a tre anni ci incantano con la loro loquacità, altri, invece che a quattro anni comunicano ancora a segni e le poche parole esprimono il senso di un discorso.

 

A cinque anni si nota un notevole recupero anche nei ritardatari.

 

Ogni bambino nasce con predisposizioni, alcuni costruiscono come gli altri il mondo dell’immagine, ma non riescono ad esprimerlo. Spesso i genitori, in questi casi, si rifanno alla loro esperienza personale e si rivedono, quando erano bambini, con le stesse difficoltà.

Al di là delle predisposizioni che non possono essere modificate, lo sviluppo del linguaggio viene influenzato molto dall’ambiente familiare, specialmente nella ricchezza dei vocaboli e nella proprietà espressiva.

a)  Il dialogo verbale è il primo stimolo perché favorisce l’imitazione, la comprensione attraverso il tono della voce e l’espressione del viso, è il feedback per modificare le espressioni errate. Il bambino di questa età possiede già le regole grammaticali, ma commette errori nelle eccezioni, come per esempio nell’uso dei verbi irregolari. La correzione avviene per imitazione, si deve evitare, però, di essere troppo insistenti. Le parole hanno valore di etichetta che differenzia tra loro le cose che vengono apprese, identificandole. Esse favoriscono la conoscenza e la memorizzazione. Quando si passeggia, si viaggia, si guarda la televisione o si fanno le attività quotidiane è opportuno indicare, spiegare, come per gioco, tutto ciò che si osserva. Non meravigliamoci di dover ripetere le stesse parole molte volte, perché la fissazione pretende tempo.

 

b)  La lettura di fiabe o di racconti fantastici affascina perché attraverso la rappresentazione il bambino vive intensamente quanto gli viene raccontato: realtà e fantasia si mescolano nella sua mente. Le fiabe hanno una struttura molto semplice e adatta alle situazioni vissute dal bambino, in quanto il protagonista in cui egli si immedesima incontra sempre numerose difficoltà e paure, come egli nella sua giornata, a causa dell’antagonista che lo mette alla prova, alla fine, però, l’intervento di un personaggio magico gli ridona la vittoria e la serenità. Al termine della storia il bambino si redime dalle ansie quotidiane e si addormenta dolcemente. I personaggi crudeli delle fiabe non vengono visti come li interpreta l’adulto, rappresentano solo forti emozioni, di cui il bambino ha bisogno: importante è che il bene trionfi sul male. Vivendo emotivamente il racconto, i bambini sono ben attenti alle parole che vengono pronunciate e alle sequenze e intervengono qualora vengono cambiate. E’ importante, anche, come viene raccontata la fiaba, perché il tono della voce favorisce la comprensione del senso del racconto. Il bambino tende a richiedere sempre la stessa fiaba per un bisogno emotivo di scarico della tensione e bisogna accontentarlo, però è opportuno introdurre altre fiabe, perché nel tempo acquistano anch’esse lo stesso valore di quelle già note. A cinque anni la curiosità di racconti diversi è più facile perché il bambino ha maggiore capacità di elaborarli mentalmente.

 

c)  I giochi di fantasia sono un esercizio importante per la ricchezza dei vocaboli. Il bambino ha bisogno sempre di accompagnare le sue azioni con le parole, per cui quando inventa nuove situazioni deve trovare le parole adatte e talvolta assistiamo a trasformazioni di vocaboli che ci meravigliano. Gli studi parlano dell’aumento di un terzo di parole nei bambini che giocano molto con la fantasia rispetto agli altri.

 

E’ il periodo in cui il bambino può incorrere nella balbuzie che dura alcuni mesi o anche più di un anno (da non confondere con la vera balbuzie che ha altra genesi). La causa è la tensione di voler comunicare troppe cose, senza dare il tempo per organizzare i suoni, per cui si blocca il meccanismo. Normalmente sono bambini molto sensibili e quindi facilmente ansiosi. E’ un disturbo che passa, per cui lo si deve vivere con molta serenità, non prendendo in giro il bambino, cercando di favorirlo nella comprensione di ciò che esprime, ma specialmente non creando stati di ansia che peggiorerebbero la situazione. E’ l’esplosione del linguaggio che genera queste difficoltà, una volta diminuita la tensione, il problema si risolve. I genitori in queste situazioni è opportuno che consultino qualche esperto per identificare la causa.

 

Le parolacce. Verso i quattro anni dire “stupido” all’amico, quando gli fa un dispetto, dà al bambino un piacere particolare, perché suscita maggiore attenzione da parte degli altri. L’apprendimento delle parolacce avviene per imitazione, per cui l’ambiente determina l’abitudine a usarle o meno. All’inizio il bambino tende a dirle per l’effetto che producono, non tanto per il senso che hanno e se si trova in un ambiente in cui non vengono usate abitualmente, perde ogni efficacia anche l’emozione che producono. L’intervento del genitore deve far capire che quelle parole non vengono accettate, ma non si deve dare troppo peso, per non raggiungere l’effetto contrario: vengono dette per attirare la nostra attenzione.

 

E’ normale anche che dicano “stupida” alla mamma, come segno di opposizione o sfogo di tensione. Sono parole che noi usiamo senza accorgerci per mostrare la nostra disapprovazione di alcune loro azioni ed essi le usano per imitazione, senza dare il senso che possono avere.

           

 

 I capricci del bambino

Il bambino è come una spugna che assorbe ogni cosa che lo attornia; ogni stimolo lo attira o lo respinge. Vede al negozio un giocattolo uguale a quello che ha a casa, ma con un particolare diverso, ne viene attirato e desidera averlo. Quando gioca, si accorge che alcuni oggetti, buttandoli, si rompono in mille pezzi con un effetto sonoro dirompente e con l’ammirazione di tutti i suoi amici, non capisce perché non deve rifare un simile gesto.

 

Se il genitore non fa capire al figlio ciò che può fare e ciò che non può fare, questi segue gli stimoli  che suscitano più interesse per lui, andando facilmente incontro a rimproveri che non comprende e che suscitano in lui uno stato di tensione. La conseguenza è che il periodo della collera dura molto più a lungo e la fiducia verso i genitori rimane fragile e piena di tensioni.

 

È il bambino che, a casa, decide ciò che si deve fare, monopolizza i genitori fino ad impedire di parlare tra loro, rifiuta ogni proposta per essere al centro dell’attenzione e ha fissazioni riguardo al cibo, al modo di vestire e in alcune attività quotidiane. Ci si chiede perché non modifichino il loro comportamento, dal momento che vanno incontro a continui rimproveri da parte dei genitori e ad esclusione da parte dei coetanei. E’ uno stato di tensione quello che il bambino vive, senza poterlo cambiare. Il rapporto è difficile sia per i genitori che per il figlio.

 

Non si deve pensare che la testardaggine e le fissazioni siano segni di sicurezza da parte del bambino, perché è l’ansia che ne è la causa, la quale nasce spesso da una forte sensibilità. Questa è un bene per l’attenzione che pone alle cose, ma diviene un ostacolo alla comunicazione quando ingigantisce l’effetto di certi atteggiamenti. Il rimprovero dei genitori può essere vissuto come una decisa negazione dell’amore verso di lui e l’angoscia che ne deriva induce il bambino a barricarsi dietro ad atteggiamenti di rifiuto o di pretesa. Il genitore, temendo la sofferenza del figlio, manifesta un atteggiamento protettivo o incostante, generando nel figlio una maggiore incertezza sull’importanza di quanto richiesto e un forte timore nel momento in cui il genitore, sfiduciato dalla sua impotenza di ottenere, reagisce con tensione. Il bambino molto sensibile ha bisogno che il genitore sia attento alle sue reazioni, non per essere assecondato nella sua ansia, ma per essere rassicurato maggiormente con decisione e serenità.

 

Anche il carattere sia del bambino che del genitore influisce molto sull’espressione dell’autorità e della trasmissione della sicurezza. Il bambino timido accetta facilmente ciò che gli viene richiesto o negato, ma se l’autorità è un po’ rigida, ha facilmente manifestazioni di permalosità; il bambino iperattivo fatica seguire gli ordini del genitore, perché gli stimoli lo attirano con tale intensità da non riuscire a concentrarsi, per cui si abitua a non badare a ciò che gli viene richiesto: assume sempre un atteggiamento di incredulità di fronte ai rimproveri.

 

Il rapporto tra genitori e figli varia a seconda del carattere degli uni e degli altri. I genitori non possono modificare il proprio carattere, come non possono pretendere che i figli non conservino il loro, per cui è naturale che l’atteggiamento che ognuno di essi ha verso i figli sia diverso. Quando le difficoltà nel rapporto con i figli si accentuano, i genitori entrano facilmente in crisi tra loro sul modo di intervenire ed è logico che ognuno, a seconda della sua esperienza e del suo carattere, ritenga opportuni interventi non sempre condivisi dall’altro. E’ importante comprendere che il figlio deve adattarsi alla diversità di comportamenti, per cui ogni genitore deve capire la sincerità dell’atteggiamento dell’altro e rispettarlo. Nessuno dei due ha completa ragione e discutere sulle difficoltà con serenità ed umiltà è la via migliore per trovare la soluzione. Questa ricerca è molto utile per la vita coniugale, perché il carattere dei figli rispecchia spesso quello dei genitori e ognuno della coppia, nella comprensione di quello dei figli capisce meglio quello dell’altro.

I genitori che tendono a “cedere” di fronte ai desideri dei figli, cadono facilmente nel “risentimento”: il figlio pretende ogni giorno un’automobilina, che costa pochi soldi, per cui gliela compera facilmente;  dopo un po’ di tempo comprende che è diventato un vizio e comincia a brontolare e tenta un rifiuto; il figlio si accorge e la sua pretesa si fa più insistente per timore di non ottenere; decide di porre fine a questa abitudine, ma le reazioni sono immediate e alla fine cede, rimproverando il figlio di volerla avere sempre vinta; si accorge, allora, che sta scaricando sul figlio la tensione per la sua incapacità di ottenere; il figlio non può capire quel rimprovero.

              

 

 Il bambino insicuro 

Una forte sensibilità spinge talvolta il bambino a rimanere attaccato alla madre, trasformandosi quasi nella sua ombra: ha un forte bisogno di tenerezza, di stare in braccio, di mettersi negli angoli, quasi a cercare una protezione fisica. Egli è spaventato dal mondo che lo attornia e specialmente dalle novità, per cui rallenta l’inizio delle attività. Si sente incapace di partecipare ai giochi e si esclude facilmente, rallentando in questo modo le esperienze che arricchiscono la sua mente e rafforzando, così, il timore.

 

La sensibilità che permette di cogliere in modo più intenso gli stimoli esterni, diventa un limite, perché ingigantisce le sensazioni che provengono dall’ambiente.

 

I genitori spesso intervengono con parole di incitamento o con spiegazioni dell’assurdità di tutti quei timori e non fanno altro che rafforzare l’insicurezza, perché confermano al figlio la visione negativa che già ha di sé. I timori provengono da sensazioni e queste nei bambini sono determinate dalle situazioni vissute. E’ necessario quindi indurre il bambino a fare esperienze, creando un clima di entusiasmo e di serenità. Si deve partire da attività semplici, ma fatte con un’intensità tale da trasmettere fiducia nel figlio: la sua forte sensibilità sarà sempre un limite, ma gli permetterà di gustare più intensamente il suo vissuto.

 

          

            

 Il bambino prepotente 

Nel rapporto con gli altri si manifestano facilmente le caratteristiche di ogni bambino: il prepotente vuole sempre averla vinta, litiga con gli altri, è sempre teso, non conclude un gioco o un’attività, è ripreso in continuazione, ma senza alcun esito.

 

Spesso questi bambini disegnano se stessi su un colle o su un’isola. Il significato è chiaro: si sentono isolati, non riescono ad avere un buon rapporto con gli altri, si avvertono esclusi. Di fatto lo sono ed è chiaro che i genitori e gli educatori cercano di evitare pretendendo un comportamento di disponibilità ed accettazione degli altri. Essi, presi a parte, nei momenti tranquilli, ammettono le loro difficoltà e vorrebbero cambiare, ma sostengono che non ce la fanno: sono gli stimoli che determinano il comportamento.

Le cause possono essere diverse, ma è importante comprendere il loro stato d’animo: non sono esclusi solo dagli altri, ma sono isolati anche da se stessi. Protesi da una tensione verso gli altri, non riescono ad arricchire il loro mondo: non hanno il piacere di stare da soli per inventare, costruire, non si immergono nel mondo della fantasia e della creatività, valorizzano solo l’azione e i giochi meccanici e ripetitivi.

L’ambiente a loro più adatto non è quello libero e creativo, in cui si disperdono nella varietà di stimoli, ma rigido e formale, in cui seguono delle direttive raggiungendo dei risultati.

 

Comprendendo che è il vuoto interiore a favorire la prepotenza, è importante limitare gli stimoli e costringere il bambino ad un lavoro personale fino a scoprire interessi e passioni tutte sue.

  

 

 

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