settima tappa: paternità e maternità Stampa

Paternità e maternità

I figli sono il frutto dell’amore. Dare vita a nuove creature significa partecipare alla creazione ed essere le persone uniche e più importanti per altri esseri umani. I figli sono voluti, ma non scelti. Essi ereditano molte delle caratteristiche dei genitori, ma in modo individuale, così da risultare diversi da chiunque altro e liberi da ogni progettazione: sono persone. Il carattere si manifesta ben presto e difficilmente può cambiare. Il figlio stesso non se lo sceglie, però sarà ciò che lo determinerà nella vita. Nasce bisognoso di tutto e solo lentamente matura le capacità per soddisfare le sue esigenze.

A differenza degli animali, i bambini hanno bisogno di lunghi anni di aiuto materiale e spirituale e pretendono di essere guidati nell’affrontare la società all’interno della quale devono individuare il loro ruolo. I genitori, fondamentali per la crescita e la maturazione dei figli, devono però mirare a renderli indipendenti; attese e progetti da parte loro sono legittimi, ma l’attuazione è in mano ai figli: sono loro che la determinano in base alle esperienze che faranno.

Le emozioni dei genitori sono intense e profonde:

1)     Si sentono creatori di una vita che gli appartiene; i figli sono carne della loro carne e, per istinto, sono disposti a tutto per renderli felici.

2)     Avvertono l’importanza di essere unici e fondamentali in una lunga fase della vita dei figli. Nessuno potrà cancellare il legame che unisce genitori e figli.

3)     Si instaura un mondo di sensazioni e di emozioni vissute insieme, giorno dopo giorno. Abitudini, passioni, sicurezze, sofferenze, tensioni, tutte vissute insieme.

4)     I figli assorbono gli interessi dei genitori, li valutano ed, eventualmente, li fanno propri, dando un senso alle fatiche, alle responsabilità assunte.

I sentimenti s’instaurano con il primo sorriso che apre quella comunicazione tra genitori e figli che passa da animo ad animo per tutta la vita. Il sorriso appartiene solo all’uomo e solo gli esseri umani hanno la capacità di comprendere i pensieri degli altri anche quando non vengono espressi. Genitori e figli sono due mondi paralleli che crescono insieme. Se non c’è amore, c’è odio o rancore, non può esserci l’indifferenza. Con i figli si ripercorrono la scoperta della vita, le difficoltà sperimentate nel passato e gli entusiasmi per i risultati raggiunti. Lo si fa, però, con uno sguardo di adulti e, quindi, con la consapevolezza del loro valore e rivivendo i sogni che erano rimasti incompiuti. Facciamo esperienza di nuovi sentimenti:

1)     Protezione: l’attenzione a comprendere ogni bisogno del figlio con la gioia di poterlo accontentare.

2)     Autorità: essere di guida nelle scelte; indicare la via migliore da seguire nei comportamenti; correggere eventuali errori.

3)     Responsabilità: trasmettere valori che diano significato alla vita; intervenire nelle difficoltà con delicatezza in modo da rispettare lo sviluppo dell’autonomia del figlio.

4)     Partecipazione: comunicare le proprie passioni; generare entusiasmo nelle attività; condividere le difficoltà valorizzando i risultati.

La coscienza porta invece a considerare diritti e doveri: un tempo i diritti dei genitori prevalevano sui doveri, ora al centro della famiglia sono i figli e a loro deve mirare ogni attenzione. Nella società attuale, che ha eliminato la tradizione educativa, i genitori non hanno più certezze sul modo di educare i figli, con la conseguenza di provare ansia e timore. La fragilità dei valori dei genitori si trasmette anche ai figli e così l’educazione diventa quasi una ricerca insieme, quando invece ci vorrebbe una guida sicura.

L’esperienza che i genitori hanno fatto resta la base delle proposte educative, ma anch’essa viene messa in dubbio dai continui cambiamenti di mentalità. I genitori vorrebbero evitare per i figli gli errori che essi stessi hanno commesso, indicando comportamenti e atteggiamenti opportuni nelle diverse situazioni, ma i figli hanno la necessità di sperimentare di persona, perché gli errori sono compresi solo quando sono vissuti, e non per una semplice comunicazione verbale. E, tuttavia, è importante parlare dell’esperienza e del vissuto personale, perché lentamente il figlio li assorbe in un confronto continuo tra ciò che gli trasmettiamo e l’esperienza che va facendo: dobbiamo tener presente che i valori e le convinzioni maturano in tempi molto lunghi.

La guida si esprime nel tempo, scoprendo tutti gli aspetti positivi del figlio e sviluppandoli nella prospettiva del futuro. In questo i genitori sono fondamentali se non confondono i loro sogni con le reali possibilità del figlio e se capiscono che gli insegnamenti devono essere indirizzati alle capacità del figlio per non opprimerlo con pretese lontane dalle sue caratteristiche, cosa che lo porterebbe a una sicura frustrazione. In altre parole, la coscienza deve mediare le situazioni concrete basate sulle manifestazioni quotidiane del figlio con la nostra emotività che tende a idealizzarne o sottovalutarne le doti.

La natura ha provvisto caratteristiche diverse tra padre e madre in modo che fossero complementari anche nell’educazione. La madre, portandolo dentro di sé per nove mesi, lo sente suo in modo quasi esclusivo. Questo “vivere con il figlio” la accompagnerà per tutta la vita, nutrendolo nei primi anni, partecipando alle ansie e paure nell’infanzia, condividendo le difficoltà nell’accettazione delle regole che la vita impone durante la preadolescenza, accettando le confidenze degli scossoni emotivi e affettivi nell’adolescenza e soffrendo le pene del cuore durante la giovinezza. I figli litigano molto con la madre, ma è con lei che possono esprimere le loro tensioni ed è lei che avvertono sempre vicina.

Il padre li guida nella scoperta del mondo, nell’inserimento alla vita sociale, nella valorizzazione delle loro capacità, nell’affrontare le difficoltà per raggiungere dei risultati. L’autostima dipende molto dalla sicurezza che il padre comunica al figlio e gli ideali da perseguire vengono assorbiti nella misura in cui gli vengono proposti e sono compartecipati.

Così, i figli costringono i genitori a compiere un percorso di maturazione: obbligati alla disponibilità, alla sopportazione delle fatiche, all’attenzione per le esigenze altrui, i genitori maturano una personalità che con il tempo si fa più sicura di sé. La debolezza dei figli costruisce la forza dei genitori, che sono chiamati a proporre interessi, a creare situazioni accattivanti, a costruire un avvenire nuovo. Il genitore mette alla prova tutte le sue risorse e arriva a conoscersi meglio, grazie ai successi e alle sconfitte riscosse nella veste di educatore. Non è facile accettare che il figlio faccia scelte o assuma atteggiamenti diversi da quelli proposti, ma  è indispensabile che ciò avvenga sin dall’adolescenza.

Quante crisi provocano i figli nella mente e nel cuore dei genitori quando, raggiunta l’indipendenza, si comporteranno come se a nulla fosse servito il loro sforzo di educarli! Solo la pazienza e l’attesa mitigheranno la loro intransigenza e trasformeranno i timori in valorizzazione delle scelte dei figli. L’accettazione  del diverso significa completamento della propria maturità. Quando i figli saranno a loro volta genitori, confermeranno la ricchezza che hanno ricevuto e questo sarà il riconoscimento di una vita vissuta come dono.

Nulla può eguagliare il sentimento di completezza della propria personalità quanto la gioia che regalano i nipoti: due meraviglie, figlio e nipoti, che si sommano facendo sì che la nostra saggezza si rispecchi nei loro sguardi sereni e felici di vivere.

Quando si assolve il compito di genitore non si osserva quanto si riceve in cambio delle attese; da nonni, non dovendo farsi carico di atteggiamenti autoritari, si instaura un rapporto di serenità che dà modo di accorgersi di quanto si riceve e di comprendere la grandezza del dono dell’amore.

Luigi grandi      Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.