La Famiglia Stampa

La famiglia

 

Ho quattro nipotini che vanno dai quattro anni e mezzo a quasi due anni. Con la loro vivacità e spontaneità sono la gioia dei nonni. Quando si ritrovano tutti insieme, il più grande propone il gioco: “Nonno, tu sei il lupo!” e tutti e quattro corrono a nascondersi sotto la scrivania o sotto il lettone. Lì non posso raggiungerli, perché, come nella storia “I tre porcellini”, è la loro casa ed essendo fatta di mattoni il lupo non può distruggerla. Allora mi nascondo dietro la porta dicendo loro che appena usciranno li azzannerò. I due maschietti che sono i più grandi, escono come fulmini e si sottraggono ridendo al mio tentativo di afferrarli. Le due bambine arrivano trotterellando, io fingo di raggiungerle e loro, pur sentendo la minaccia alle spalle, ridono trionfanti. Come un bambino, mi sento un lupo e ridiamo come se fosse tutto vero.

Le loro astuzie, le loro pretese, le loro ribellioni suscitano nell’animo dei nonni un sorriso di compiacenza. La piccola che non ha ancora due anni, quando la tolgo dai giochi dice con tono deciso: “Io resto qua” (ha iniziato presto a dire “io”!) e la sua decisione mi crea difficoltà per la soluzione del problema, ma mi inorgoglisce quel sano egocentrismo che le permette di circoscriversi uno spazio tutto suo, una sua indipendenza e segnala l’inizio della sua personalità.

I nonni guardano lontano nel futuro dei nipoti e conoscono, per esperienza, sia le difficoltà che incontreranno, che i frutti che otterranno. I genitori per l’impegno quotidiano di costruire l’autonomia dei figli hanno una tensione e responsabilità ben diverse, tanto che non sempre sanno godere momenti come quelli che ho descritto sopra.

Ricordo con affetto i pochi momenti in cui da bambino sono stato preso in braccio da mio padre. Sono numerose, invece, le ore che dovevo trascorrere in segheria per aiutarlo, mentre i miei amici andavano a giocare. E quell’assurdo divieto di andare a nuotare nel torrente perché era sconveniente mettersi in mutande! I divieti erano molti e il timore delle punizioni ci seguiva in ogni nostra attività. Era appena finita la guerra e la povertà era diffusa, però la fatica e la sofferenza, come la gioia, erano condivise, così l’atteggiamento autoritario era uno stimolo per affrontare le difficoltà, la severità garantiva la scelta di comportamenti idonei, la fierezza era la stima per i nostri successi, come la partecipazione nelle difficoltà e il profondo affetto nei momenti delle sconfitte. La ricchezza della vita dei miei genitori si è riversata nella mia.

Diverse furono le situazioni in cui, da padre, ho guidato i miei figli all’autonomia. C’era il benessere: lo sport e le attività di gruppo diventavano l’occasione per trasmettere passioni e interessi, ma specialmente per comunicare l’entusiasmo di sviluppare le capacità naturali. I divieti erano pochi anche perché c’era il timore di risultare autoritari come i nostri genitori. Talvolta esageravo nella partecipazione e mi trasformavo in allenatore urlando a mio figlio, da fuori campo, come doveva giocare e questo urtava la sua sensibilità tanto da preferire che io rimanessi assente.

Per i genitori della mia età le preoccupazioni erano la droga, il teppismo; volevamo trasmettere valori e ideali,ma non potevamo riferirci a schemi educativi già sanciti dalla società come era stato per i nostri genitori. Ci si basava sull’inventiva e la partecipazione attiva, ma rimanevano in noi il dubbio e l’ansia di sbagliare. Dovevamo scoprire, al di là delle stranezze dell’abbigliamento o degli atteggiamenti talvolta trasgressivi, la costanza negli impegni scolastici e la passione costruttiva nello sport o nelle attività di gruppo e di volontariato. Siamo stati costretti a rivedere l’ordine dei nostri valori.

A diciotto anni mia figlia parte per frequentare l’Università a Parigi. Il mio orgoglio per una simile scelta si scontrava con le mille difficoltà che avrebbe dovuto affrontare da sola, quasi abbandonata da noi; invece una lettera della madre le arrivava quasi ogni mattina ad augurarle una buona giornata. La lontananza rafforzò la sua autonomia e valorizzò il suo amore verso la famiglia. È difficile per i figli accorgersi di quanto hanno ricevuto fino a che non diventano genitori a loro volta. I nipoti sono il frutto dell’amore delle famiglie e ce lo dicono i loro occhi felici e il tono di fiducia nel chiamarci: “Nonno!”. Come disse un filosofo di cui non ricordo il nome: “Essere nonni è il dono che Dio ci ha dato per ricompensarci del fatto di essere stati genitori”.

 

                                                                                                                          Luigi Grandi